Bienvenida la incomodidad

«A veces me visita la incomodidad , que no es lo mismo que un problema¨.

Seguramente conocen la fábula de la langosta, como es que cuando empieza a crecer, comienza a sentir molestia, esa caparazón, la misma que la protegió, le aprieta, le molesta.  Ante lo inevitable, necesita romperla, quedarse un tiempo sin protección, vulnerable a lo externo, sólo cuidándose de sobrevivir sin ser lastimada.

Al tiempo, vuelve a crecerle otra vez su caparazón, vuelve a estar segura y protegida, hasta que nuevamente hay más crecimiento y nuevas rupturas. 

Los ciclos de crecimiento , ruptura , vulnerabilidad y el inevitable impulso a salir mejores y más fuertes. 

Se imaginan que pasaría si la langosta pensara que eso es un problema?, o que es desdichada porque la vida la pone en esos aprietos?, o si se enojara porque esto siempre la pasa a ella!!!!

Seguramente la langosta vive estos ciclos como procesos naturales, y me animo a suponer que no se le ocurre pensarlo como un problema.

En lo personal, pienso que tiene consecuencias serias catalogar a las situaciones como buenas o malas. Es cierto que algunas son sumamente incómodas, dolorosas, desafiantes. Eso, sin dudas. Como también pienso que, si podemos ejercitar ¨problemas¨ por ¨situaciones¨ resulta mucho más liviano resolverlas.

Respecto a la incomodidad, dejo la invitación a listar cuáles son las caparazones que me /te   generan cierta seguridad, sabiendo en el fondo que lo que hacen es impedirnos crecer, expandirnos, salirnos de lugares ,situaciones y vínculos de «cómoda incomodidad».

Qué pasaría si pudiéramos pensar ese tránsito por la incomodidad y vulnerabilidad como un paso para estar más cerca de lo que queremos?

Qué recursos necesitarías tener a mano para transitar la incomodidad sabiendo que muchas veces es necesaria para algo mejor en algún aspecto?

Aqui lo dejo… Abrazos!!!!!

"A volte vengo visitato da un disagio che non è la stessa cosa di un problema¨



Sicuramente conosci la favola dell'aragosta, com'è che quando inizia a crescere, inizia a provare disagio, quel guscio, lo stesso che lo proteggeva, lo stringe, lo infastidisce. Di fronte all'inevitabile, ha bisogno di romperlo, rimanere indifesa per un po', vulnerabile all'esterno, occupandosi solo di sopravvivere senza essere ferita.

Nel tempo, il suo guscio ricresce, è di nuovo sicuro e protetto, fino a quando non c'è più crescita e nuove rotture.

I cicli di crescita, rottura, vulnerabilità e l'inevitabile spinta a uscirne migliori e più forti.

Riesci a immaginare cosa accadrebbe se l'aragosta pensasse che questo è un problema?, o che è infelice perché la vita lo mette in tali guai?, o se si arrabbiasse perché gli succede sempre!!!

Sicuramente l'aragosta vive questi cicli come processi naturali, e oso supporre che non gli venga in mente di pensarlo come un problema.



Personalmente, penso che classificare le situazioni come buone o cattive abbia gravi conseguenze. È vero che alcuni sono estremamente scomodi, dolorosi, impegnativi. Quello, senza dubbio. Dato che penso anche che, se possiamo affrontare ¨problemi¨ per ¨situazioni¨, è molto più facile risolverli.

Per quanto riguarda il disagio, lascio l'invito ad elencare quali sono i gusci che generano per me una certa sicurezza, sapendo in fondo che quello che fanno è impedirci di crescere, espanderci, uscire da luoghi, situazioni e legami di “comodo disagio”.

Cosa accadrebbe se potessimo pensare a questo transito attraverso il disagio e la vulnerabilità come un passo per essere più vicini a ciò che vogliamo?

Quali risorse avresti bisogno di avere a portata di mano per navigare nel disagio sapendo che spesso è necessario qualcosa di meglio in qualche aspetto?



Lo lascio qui… Un abbraccio!!!!!

¡Si te gustó la nota te invito a compartirla!

Share on whatsapp
Compartir
Share on facebook
Compartir
Share on twitter
Compartir
Abrir chat
¿En qué te puedo ayudar?